Nel caso di un trasferimento ad altra scuola a metà anno scolastico cosa fare?

Ne parla il DI 182/20 art. 2 comma 1/f.
«f – nel passaggio tra i gradi di istruzione e in caso di trasferimento, [il PEI] è accompagnato dall’interlocuzione tra i docenti dell’istituzione scolastica di provenienza e i docenti della scuola di destinazione».

In sostanza, i docenti della scuola di provenienza e quelli della scuola di destinazione si devono parlare.

Si possono trovare vari modi per fare questo, uno di questi è anche predisporre un GLO straordinario, invitando sia i “vecchi” insegnanti che i “nuovi”.

Sostegno scolastico e continuità didattica: oltre le polemiche

Negli ultimi giorni è tornato al centro del dibattito il tema della continuità dell’insegnante di sostegno.
Un argomento delicato che, ancora una volta, rischia di essere raccontato come uno scontro tra famiglie e docenti.

In realtà, la questione è molto più complessa e riguarda soprattutto il funzionamento del sistema scolastico.

Anche per quest’anno le famiglie degli alunni con disabilità possono presentare richiesta di conferma dell’insegnante di sostegno che ha seguito il proprio figlio durante l’anno scolastico.

La domanda deve essere inoltrata al Dirigente scolastico entro il 31 maggio e rappresenta una richiesta formale affinché venga valutata la possibilità di garantire continuità educativa e didattica.

È importante chiarire, però, che questa procedura non consente alle famiglie di scegliere direttamente il docente. La decisione finale spetta infatti al Dirigente scolastico, che valuta la situazione insieme al GLO (Gruppo di Lavoro Operativo), tenendo conto delle condizioni organizzative e della disponibilità dell’insegnante coinvolto.

Nella pratica, la continuità didattica spesso non si realizza.

Non per responsabilità delle famiglie o degli insegnanti, ma a causa di un sistema caratterizzato da forte precarietà: posti in deroga, supplenze assegnate all’ultimo momento, graduatorie, trasferimenti e contratti a tempo determinato rendono difficile garantire stabilità agli studenti più fragili.

Comprensibili sono anche le perplessità di molti docenti, che possono vivere questo meccanismo come una forma di “selezione” personale da parte delle famiglie.

Allo stesso tempo, è altrettanto comprensibile il bisogno dei genitori di preservare una relazione educativa costruita nel tempo, soprattutto quando il docente rappresenta un punto di riferimento importante per il percorso scolastico e personale del proprio figlio.

La continuità educativa, tuttavia, non dovrebbe dipendere dalla fortuna, dagli incastri delle graduatorie o da richieste straordinarie avanzate dalle famiglie. Dovrebbe essere una garanzia strutturale offerta da un sistema scolastico capace di assicurare stabilità, programmazione e tutela dei percorsi educativi.

Per molti alunni con disabilità, infatti, il cambio continuo dell’insegnante non significa semplicemente “ricominciare”, ma comporta la perdita di una relazione di fiducia, di punti di riferimento consolidati e di un percorso già avviato con fatica.

Ridurre il tema a una contrapposizione tra famiglie e insegnanti rischia quindi di semplificare eccessivamente il problema.

La vera questione riguarda la distanza tra i bisogni concreti degli studenti e un sistema che, troppo spesso, fatica a fornire risposte tempestive ed efficaci.

Decreto continuità sostegno

Gli insegnanti di sostegno mettono voti?

Nessuna norma ha mai affermato espressamente una cosa del genere.

Le Linee Guida per l’inclusione del 2009 che, a pag. 18, dicono:
«Gli insegnanti assegnati alle attività per il sostegno, assumendo la contitolarità delle sezioni e delle classi in cui operano e partecipando a pieno titolo alle operazioni di valutazione periodiche e finali degli alunni della classe con diritto di voto, disporranno di registri recanti i nomi di tutti gli alunni della classe di cui sono contitolari.»

Queste Linee Guida sono state scritte quando i registri elettronici non esistevano e sono riferite alla partecipazione degli insegnanti di sostegno agli scrutini, regolata dal DPR 122/09 per la sec. di 2° grado e Dlgs 62/17 per il primo grado.

In entrambi i casi è stabilito che essi partecipano alla decisione collegiale, non che propongono voti.

Il registro di cui parlano le Linee Guida del 2009 va inteso eventualmente come strumento in cui gli insegnanti di sostegno possono annotare le loro osservazioni, non come registro dove apporre i voti in tutte le discipline.

L’insegnante di sostegno può fornire supporto, semplificare gli argomenti e predisporre materiali solo per le discipline durante le quali è presente in classe oppure anche per le altre?

Il docente di sostegno viene assegnato alla classe per portare avanti il progetto inclusivo (il PEI) dell’alunno per il quale ha ricevuto la nomina.

Dunque, sempre nel PEI, si scrivono le modalità di intervento della risorsa importante che è il sostegno.

Le modalità e le strategie individuate devono essere efficaci e funzionali a realizzare quel progetto.

Il fatto di essere presenti in alcune ore e in altre no non pregiudica alcun intervento: preparare materiale, fornire suggerimenti, individuare strategie utili quando l’alunno è in classe senza il docente di sostegno è una buona prassi.

Una delle ragioni principali è proprio che il docente di sostegno ha la possibilità di conoscere a fondo il funzionamento dell’alunno e quindi è in grado di individuare i modi migliori per rispondere ai suoi bisogni e di condividere tali modalità con il team docente della classe che diventa sempre più esperto nella realizzazione del progetto inclusivo.

È un gioco di squadra…

L’utilizzo degli smartphone a scuola: da divieto a opportunità educativa

L’uso degli smartphone negli ambienti scolastici è oggi frequentemente oggetto di restrizioni o divieti. Tale scelta nasce principalmente dalla preoccupazione che questi dispositivi possano distrarre gli studenti e compromettere l’attenzione durante le lezioni. Tuttavia, in una società sempre più digitalizzata, appare legittimo interrogarsi sull’efficacia di un approccio esclusivamente proibitivo.

Lo smartphone rappresenta attualmente uno degli strumenti più diffusi e versatili nella vita quotidiana. Il suo impiego non si limita alla comunicazione o all’intrattenimento, ma si estende a numerose attività fondamentali: accesso ai servizi della pubblica amministrazione, gestione delle operazioni bancarie, consultazione di informazioni e utilizzo di applicazioni professionali. In ambito lavorativo, tali competenze digitali risultano ormai indispensabili.

Alla luce di questo scenario, emerge la necessità di considerare lo smartphone non solo come possibile fonte di distrazione, ma anche come risorsa educativa. Piuttosto che demonizzarne l’uso, si potrebbe favorire un percorso di apprendimento che insegni agli studenti a utilizzarlo in modo consapevole, critico e produttivo. L’obiettivo non dovrebbe essere quello di sottrarre un dispositivo ormai radicato nella quotidianità, bensì quello di fornire gli strumenti per gestirlo in maniera efficace.

Un approccio didattico innovativo potrebbe includere attività semplici e a costo zero. Ad esempio, dopo una lezione, si potrebbe richiedere agli studenti di registrare un breve audio in cui spiegano i concetti appresi: un esercizio utile sia per consolidare le conoscenze sia per permettere all’insegnante di valutare il livello di comprensione. Analogamente, si potrebbe stimolare la ricerca autonoma di fonti online, chiedendo di confrontarne l’affidabilità e di motivarne la scelta.

Un ulteriore sviluppo potrebbe riguardare il confronto tra diverse spiegazioni generate da strumenti digitali, come le intelligenze artificiali, per abituare gli studenti a riconoscere differenze, limiti e punti di forza delle informazioni ricevute. In questo modo, si promuoverebbe non solo l’apprendimento dei contenuti, ma anche lo sviluppo del pensiero critico.

È evidente che l’introduzione di tali pratiche richiede competenze specifiche e una visione educativa orientata al futuro. Le difficoltà strutturali, come la carenza di risorse, rappresentano un ostacolo reale, ma non escludono la possibilità di sperimentare metodologie innovative.

In conclusione, vietare l’uso dello smartphone a scuola rischia di creare una distanza tra l’ambiente educativo e la realtà esterna. Un utilizzo guidato e consapevole, invece, potrebbe trasformare un potenziale problema in un’opportunità, preparando gli studenti ad affrontare con maggiore competenza le sfide della società contemporanea.

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