Gli insegnanti di sostegno mettono voti?

Nessuna norma ha mai affermato espressamente una cosa del genere.

Le Linee Guida per l’inclusione del 2009 che, a pag. 18, dicono:
«Gli insegnanti assegnati alle attività per il sostegno, assumendo la contitolarità delle sezioni e delle classi in cui operano e partecipando a pieno titolo alle operazioni di valutazione periodiche e finali degli alunni della classe con diritto di voto, disporranno di registri recanti i nomi di tutti gli alunni della classe di cui sono contitolari.»

Queste Linee Guida sono state scritte quando i registri elettronici non esistevano e sono riferite alla partecipazione degli insegnanti di sostegno agli scrutini, regolata dal DPR 122/09 per la sec. di 2° grado e Dlgs 62/17 per il primo grado.

In entrambi i casi è stabilito che essi partecipano alla decisione collegiale, non che propongono voti.

Il registro di cui parlano le Linee Guida del 2009 va inteso eventualmente come strumento in cui gli insegnanti di sostegno possono annotare le loro osservazioni, non come registro dove apporre i voti in tutte le discipline.

L’insegnante di sostegno può fornire supporto, semplificare gli argomenti e predisporre materiali solo per le discipline durante le quali è presente in classe oppure anche per le altre?

Il docente di sostegno viene assegnato alla classe per portare avanti il progetto inclusivo (il PEI) dell’alunno per il quale ha ricevuto la nomina.

Dunque, sempre nel PEI, si scrivono le modalità di intervento della risorsa importante che è il sostegno.

Le modalità e le strategie individuate devono essere efficaci e funzionali a realizzare quel progetto.

Il fatto di essere presenti in alcune ore e in altre no non pregiudica alcun intervento: preparare materiale, fornire suggerimenti, individuare strategie utili quando l’alunno è in classe senza il docente di sostegno è una buona prassi.

Una delle ragioni principali è proprio che il docente di sostegno ha la possibilità di conoscere a fondo il funzionamento dell’alunno e quindi è in grado di individuare i modi migliori per rispondere ai suoi bisogni e di condividere tali modalità con il team docente della classe che diventa sempre più esperto nella realizzazione del progetto inclusivo.

È un gioco di squadra…

L’utilizzo degli smartphone a scuola: da divieto a opportunità educativa

L’uso degli smartphone negli ambienti scolastici è oggi frequentemente oggetto di restrizioni o divieti. Tale scelta nasce principalmente dalla preoccupazione che questi dispositivi possano distrarre gli studenti e compromettere l’attenzione durante le lezioni. Tuttavia, in una società sempre più digitalizzata, appare legittimo interrogarsi sull’efficacia di un approccio esclusivamente proibitivo.

Lo smartphone rappresenta attualmente uno degli strumenti più diffusi e versatili nella vita quotidiana. Il suo impiego non si limita alla comunicazione o all’intrattenimento, ma si estende a numerose attività fondamentali: accesso ai servizi della pubblica amministrazione, gestione delle operazioni bancarie, consultazione di informazioni e utilizzo di applicazioni professionali. In ambito lavorativo, tali competenze digitali risultano ormai indispensabili.

Alla luce di questo scenario, emerge la necessità di considerare lo smartphone non solo come possibile fonte di distrazione, ma anche come risorsa educativa. Piuttosto che demonizzarne l’uso, si potrebbe favorire un percorso di apprendimento che insegni agli studenti a utilizzarlo in modo consapevole, critico e produttivo. L’obiettivo non dovrebbe essere quello di sottrarre un dispositivo ormai radicato nella quotidianità, bensì quello di fornire gli strumenti per gestirlo in maniera efficace.

Un approccio didattico innovativo potrebbe includere attività semplici e a costo zero. Ad esempio, dopo una lezione, si potrebbe richiedere agli studenti di registrare un breve audio in cui spiegano i concetti appresi: un esercizio utile sia per consolidare le conoscenze sia per permettere all’insegnante di valutare il livello di comprensione. Analogamente, si potrebbe stimolare la ricerca autonoma di fonti online, chiedendo di confrontarne l’affidabilità e di motivarne la scelta.

Un ulteriore sviluppo potrebbe riguardare il confronto tra diverse spiegazioni generate da strumenti digitali, come le intelligenze artificiali, per abituare gli studenti a riconoscere differenze, limiti e punti di forza delle informazioni ricevute. In questo modo, si promuoverebbe non solo l’apprendimento dei contenuti, ma anche lo sviluppo del pensiero critico.

È evidente che l’introduzione di tali pratiche richiede competenze specifiche e una visione educativa orientata al futuro. Le difficoltà strutturali, come la carenza di risorse, rappresentano un ostacolo reale, ma non escludono la possibilità di sperimentare metodologie innovative.

In conclusione, vietare l’uso dello smartphone a scuola rischia di creare una distanza tra l’ambiente educativo e la realtà esterna. Un utilizzo guidato e consapevole, invece, potrebbe trasformare un potenziale problema in un’opportunità, preparando gli studenti ad affrontare con maggiore competenza le sfide della società contemporanea.

Modena, professoressa mette 3 ai suoi studenti: «Hanno fatto un’assenza strategica per saltare la verifica». La scuola la sanziona e il tribunale è d’accordo

Fonte Il corriere di Bologna

 

Lo scorso anno scolastico aveva deciso di mettere «tre» sul registro a tre dei suoi alunni, ma con una motivazione che le è costata una sanzione disciplinare da parte del dirigente. La professoressa di matematica di un istituto superiore in provincia di Modena, infatti, stando al resoconto processuale, aveva scritto sul registro accanto al voto «assenza strategica per non fare la verifica». 

Una motivazione che per il dirigente rappresenta invece la base per una sanzione disciplinare con un avvertimento scritto «per atti alle responsabilità, ai doveri e alla correttezza inerenti alla funzione docente». Tra professoressa e dirigenza scolastica le posizioni sui fatti sono diametralmente opposti e si finisce in tribunale. 

 

Lo scontro legale tra la professoressa e la scuola

Ma i giudici modenesi hanno dato ragione alla scuola e torto alla docente perché avrebbe dato una grave insufficienza ai tre studenti in merito al profitto e non semmai al comportamento e questo per il tribunale non è legittimo. 

Si legge infatti nella sentenza a firma del giudice del Lavoro Vincenzo Conte del tribunale di Modena, pubblicata nei giorni scorsi: «Nel caso di specie, la professoressa ha assegnato un voto di profitto, riferito a contenuti curriculari, ad una prova alla quale gli studenti destinatari della valutazione non hanno partecipato perché assenti». 

E inoltre nel processo è emerso che la docente «non ha condotto una preventiva verifica dei saperi, palesando la volontà di sanzionare il comportamento degli allievi assenti». 

«Il voto ha una finalità formativa, non è una sanzione»

Il voto ha una indubbia finalità formativa ed educativa «ma non può ragionevolmente tradursi in provvedimento afflittivo, ritorsivo e sanzionatorio». Il voto di profitto gravemente insufficiente è stato assegnato in ragione della sola assenza degli studenti, al fine di stigmatizzarne la condotta, e per il giudice invece: «Nessuna infrazione disciplinare connessa al comportamento può influire sulla valutazione degli apprendimenti delle singole discipline». 

In altre parole per il tribunale il comportamento e il profitto sono due cose separate. Il giudice ha quindi rigettato il ricorso e condannato la professoressa anche a pagare la metà delle spese legali previste, per effetto di un minimo di compensazione delle stesse. 

«Il comportamento può influire solo sul voto in condotta»

La professoressa aveva inoltre aggiunto al registro un’altra dicitura stigmatizzata dai giudici: «Questo voto verrà cancellato quando lo studente avrà dimostrato di aver recuperato quest’argomento nelle verifiche successive». Anche su questo punto il tribunale ha dato atto che poi il voto insufficiente è rimasto poi invece definitivo. 

La sanzione disciplinare del dirigente scolastico nei confronti della professoressa di matematica per i giudici era assolutamente legittima, comportamento e profitto sono due cose separate, «le infrazioni disciplinari degli studenti possono influire solamente sul voto di condotta e non sul voto del rendimento». 

Gli stili di apprendimento

Ogni persona apprende in modo diverso.

Comprendere il proprio stile di apprendimento permette di migliorare l’efficacia dello studio e rendere l’esperienza più coinvolgente e produttiva. I principali stili di apprendimento sono quattro: visivo, uditivo, cinestesico e logico.

Lo stile visivo

Si basa sull’utilizzo delle immagini. Chi preferisce questo approccio apprende meglio attraverso mappe concettuali, schemi, grafici, video e fotografie. Le informazioni vengono elaborate più facilmente quando sono rappresentate in forma visiva.

Lo stile uditivo

Privilegia l’ascolto. Le persone con questa modalità imparano efficacemente tramite lezioni orali, podcast, musica o ripetizioni ad alta voce. Il suono e il linguaggio verbale sono strumenti fondamentali per la memorizzazione.

Lo stile cinestesico

Si fonda sull’esperienza diretta. L’apprendimento avviene attraverso attività pratiche, esperimenti e simulazioni. Chi ha questo stile preferisce “imparare facendo”, coinvolgendo il movimento e l’azione.

Lo stile logico

Si concentra sul ragionamento e sull’analisi. È tipico di chi apprende attraverso problemi, quiz, sequenze e attività che richiedono pensiero critico e capacità di organizzazione.

Riconoscere il proprio stile di apprendimento consente di adottare strategie più efficaci e personalizzate.

In ogni caso, è importante ricordare che ognuno può integrare più modalità, sviluppando un approccio completo e flessibile allo studio.

Nel caso di ragazzi con bisogni educativi speciali (come DSA o disabilità), è fondamentale adottare un approccio inclusivo e personalizzato, che tenga conto delle caratteristiche individuali e valorizzi i punti di forza.

 

Sito di Supporto allo studio per tutti gli studenti in modo particolare Bambini e Ragazzi con BES