da un articolo di Rossella Grenci
Per molti anni la logopedia nei Disturbi Specifici dell’Apprendimento è stata prevalentemente identificata con il recupero delle abilità strumentali di lettura, scrittura e, in alcuni casi, calcolo. Tale impostazione ha contribuito in modo significativo allo sviluppo di trattamenti efficaci e basati sulle evidenze, ma oggi appare insufficiente per descrivere la complessità del funzionamento cognitivo delle persone con DSA e le nuove conoscenze offerte dalle neuroscienze, dalla psicologia cognitiva e dal nuovo approccio come neurodivergenza.
Le evidenze scientifiche mostrano infatti che la dislessia non può essere interpretata esclusivamente come una compromissione della decodifica fonologica. Essa rappresenta un diverso percorso di sviluppo neurocognitivo nel quale coesistono difficoltà specifiche e modalità di elaborazione delle informazioni che possono rivelarsi particolarmente efficaci in determinati contesti. La sfida della logopedia contemporanea consiste quindi nel coniugare il rigore della riabilitazione con una visione più ampia dello sviluppo della persona.
In questa prospettiva il logopedista non è soltanto il professionista che interviene sul sintomo, ma diventa uno specialista dei processi di apprendimento. Il suo compito consiste nell’analizzare come la persona apprende, quali strategie utilizza, quali processi risultano inefficienti e quali risorse possono essere valorizzate per costruire modalità di apprendimento sempre più autonome.
Ciò implica un cambiamento sostanziale degli obiettivi terapeutici. Il miglioramento della correttezza e della velocità di lettura rimane importante, ma rappresenta un obiettivo intermedio e non il fine ultimo dell’intervento. L’obiettivo principale diventa lo sviluppo della competenza nell’apprendere: aiutare la persona a comprendere il proprio funzionamento cognitivo, a scegliere strategie efficaci, a utilizzare consapevolmente gli strumenti compensativi, a organizzare lo studio e a sviluppare un senso di autoefficacia che favorisca il successo formativo.
Anche il concetto di potenziamento assume un significato diverso. Non si tratta di esercitare indefinitamente la funzione deficitaria nella speranza di normalizzarla, ma di costruire reti di competenze che consentano alla persona di affrontare efficacemente le richieste dell’ambiente. L’intervento si sposta quindi dalla prestazione isolata al funzionamento adattivo, cioè alla capacità di utilizzare le proprie competenze in situazioni reali.
Questo cambiamento è pienamente coerente con il modello biopsicosociale proposto dalla Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF), secondo il quale il funzionamento della persona dipende dall’interazione dinamica tra caratteristiche individuali e contesto. Di conseguenza, la logopedia non può essere confinata allo studio professionale, ma deve dialogare costantemente con la scuola, la famiglia e gli altri contesti di vita, contribuendo a ridurre le barriere all’apprendimento e a promuovere facilitatori ambientali.
Anche il paradigma della neurodiversità offre un contributo fondamentale a questa evoluzione. Riconoscere che la variabilità cognitiva rappresenta una caratteristica naturale della specie umana non significa negare la necessità della riabilitazione, ma ridefinirne il significato. L’obiettivo non è eliminare la differenza, bensì ridurre le limitazioni funzionali che essa può determinare, consentendo alla persona di esprimere pienamente il proprio potenziale.

