L’Analisi Comportamentale Applicata (ABA) è una delle terapie più discusse quando si parla di autismo.
Alcuni adulti autistici, infatti, dichiarano di non voler “correggere” i propri comportamenti naturali, come le stereotipie, il dondolarsi o il contatto visivo forzato. Per loro, la priorità è essere accettati per ciò che sono, senza modificare aspetti che fanno parte della loro identità.
L’ABA è una scienza che studia il comportamento umano e le modalità con cui i comportamenti possono essere insegnati o modificati attraverso strategie e rinforzi specifici.
Viene utilizzata in numerosi ambiti, e per l’autismo è uno degli approcci più validati scientificamente. Gli obiettivi possono includere il miglioramento della comunicazione, lo sviluppo di abilità quotidiane, la gestione di comportamenti problematici e l’apprendimento di regole sociali.
Negli ultimi anni, però, è emersa una narrazione più sfaccettata:
- C’è chi racconta di aver tratto enormi benefici dall’ABA.
- C’è chi, al contrario, descrive di essere stato “allenato” a sembrare normale, vivendo l’esperienza come negativa o persino traumatica.
Questo dibattito solleva domande importanti.
Correggere comportamenti che possono creare disagio agli altri — come camminare nudi in pubblico, toccare persone sconosciute, mantenere le mani in parti intime o compiere gesti poco igienici, imparare a comunicare — significa davvero “snaturare” una persona? Oppure significa favorire l’inclusione, insegnando regole sociali utili per vivere meglio nella comunità?
La discussione rimane aperta e complessa, richiedendo un approccio che tenga insieme evidenze scientifiche, esperienze personali e il rispetto per la diversità.