Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di autismo e di altre forme di neurodivergenza. Diagnosi che un tempo erano rare o addirittura inesistenti nel linguaggio comune oggi sono entrate nel dibattito pubblico, nella scuola e nelle famiglie. Questo cambiamento può dare l’impressione che si tratti di fenomeni nuovi. In realtà, ciò che è cambiato non è la presenza della disabilità, ma lo sguardo della società.
Per comprendere davvero il presente, è necessario ricordare il passato. Fino a pochi decenni fa, la disabilità era spesso vissuta come un segreto da nascondere.
Molte famiglie si trovavano sole, prive di supporto e schiacciate dal peso dello stigma sociale. Il timore del giudizio, degli sguardi, delle parole non dette portava a isolare i figli, a tenerli lontani dalla vita pubblica, dalla scuola, dalle relazioni.
In molti casi, la risposta istituzionale era ancora più dura. Bambini e ragazzi con disabilità venivano ricoverati in strutture che oggi definiremmo disumane: luoghi di esclusione più che di cura, dove la dignità della persona veniva spesso ignorata. Non si trattava solo di mancanza di conoscenze scientifiche, ma anche di una cultura che faticava a riconoscere valore e diritti a chi era considerato “diverso”.
Oggi la situazione è profondamente cambiata. Le diagnosi di autismo e di altre neurodivergenze sono più frequenti non perché queste condizioni siano nate ora, ma perché esistono strumenti migliori per riconoscerle.
C’è maggiore consapevolezza, più informazione, e soprattutto una crescente attenzione ai diritti, all’inclusione e al benessere delle persone.
Eppure, non tutto è risolto. Chi non vive direttamente la disabilità spesso fatica a comprenderla fino in fondo. A volte si tratta di distanza, altre volte di una resistenza più sottile: la difficoltà ad accettare ciò che mette in discussione l’idea di “normalità”.
Per questo è fondamentale continuare a parlarne, ascoltare le esperienze delle famiglie, dare spazio a chi vive queste realtà ogni giorno.
Riconoscere il passato serve non per restare ancorati al dolore, ma per misurare il cammino fatto e quello che resta da fare. Oggi abbiamo più strumenti, più parole e più possibilità. Ma la vera sfida è culturale: costruire una società in cui la diversità non sia tollerata, ma riconosciuta come parte integrante dell’essere umano.
Perché la disabilità non è mai stata invisibile. È stata, piuttosto, resa invisibile. E oggi abbiamo la responsabilità di non permettere che accada di nuovo.

La scuola sta per ricominciare e vorrei chiederti un favore…