Può accadere che uno alunno con DSA rifiuti categoricamente l’uso degli strumenti compensativi: non vuole utilizzare la calcolatrice, non accetta mappe o schemi, respinge l’uso di strrumenti tecnologici che potrebbero aiutarlo a comprendere un determinato contenuto di un testo.
Premessa fondamentale: ogni situazione è unica.
E’ un atteggiamento piuttosto frequente nei bambini e ragazzi con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) e con Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività, e merita un’analisi attenta.
La prima interpretazione è, paradossalmente, positiva.
Molti ragazzi con DSA sviluppano un forte desiderio di autonomia, vogliono “farcela da soli”.
Ma di solito dietro il rifiuto degli strumenti compensativi si nasconde altro:
- una fragile autostima;
- la paura di essere etichettato o percepito come “diverso”;
- il timore del giudizio dei pari;
- la convinzione che usare uno strumento significhi “non essere capace”.
In questi casi, il ragazzo può vivere l’uso di uno “strumento” come una prova della propria inadeguatezza, si insinua in lui un pensiero silenzioso ma potente: “Se uso questo strumento, vuol dire che da solo non valgo abbastanza.”
Un altro nodo centrale riguarda la distinzione tra efficienza e competenza. Alcuni ragazzi percepiscono che, grazie allo strumento, diventano più veloci o più precisi (più efficienti), ma non necessariamente più competenti. Possono pensare:
“Riesco a fare l’esercizio perché c’è la calcolatrice, ma non perché lo so fare davvero.”
Questa percezione può generare uno stato di allarme interno. Il cervello, soprattutto in età evolutiva, è molto sensibile alle situazioni che mettono in discussione il senso di controllo. Se il ragazzo sente di non avere la situazione “sotto controllo”, può reagire rifiutando proprio ciò che potrebbe aiutarlo.
Cosa fare quando il bambino rifiuta gli strumenti compensativi?
Forzare raramente è la strada più efficace. È invece utile lavorare su più livelli.
1. Che siano gli adulti per primi ad usare gli strumenti
Durante lo studio condiviso, possiamo essere noi adulti a utilizzare schemi, mappe o strumenti digitali per spiegare. In questo modo:
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normalizziamo l’uso degli strumenti;
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li presentiamo come strategie intelligenti, non come “stampelle”;
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mostriamo che tutti, anche gli adulti competenti, usano supporti per organizzare il pensiero.
2. Cambiare la narrazione: lo strumento è un amplificatore
È fondamentale spiegare con chiarezza che lo strumento compensativo non è un sostituto del pensiero, ma un amplificatore.
- Non pensa al posto del ragazzo
- Non crea idee al posto suo
- Non sostituisce la competenza.
Serve piuttosto a rendere visibile, ordinato ed esprimibile un pensiero che c’è già. La differenza è sostanziale:
- il sostituto rimpiazza;
- l’amplificatore potenzia.
3. Lavorare sull’autostima, non solo sulla performance
Se il rifiuto nasce dalla paura di essere etichettato, il lavoro prioritario non riguarda lo strumento, ma l’identità. Il ragazzo ha bisogno di sentirsi competente, riconosciuto, capace a prescindere dallo strumento.
Occorre valorizzare:
- i suoi punti di forza;
- i successi ottenuti;
- l’impegno messo nel percorso.