Maturità 2025: perché alcuni studenti hanno deciso di non fare il colloquio finale?

Quest’anno, l’Esame di Stato ha fatto discutere più del solito. A far notizia è stato il gesto di alcuni studenti che hanno scelto di astenersi al colloquio orale della maturità.

Una decisione forte, che ha suscitato opinioni contrastanti e che merita di essere compresa al di là del giudizio personale sul “giusto” o “sbagliato”.

Storie di studenti che, arrivati all’orale, decidono di non rispondere. Restano in silenzio. Non per sfida sterile, ma perché il conto lo avevano già fatto: 60 punti erano lì, già in tasca. Il diploma assicurato. E allora, a che pro? Per comprendere queste scelte, bisogna guardare le cose da un’altra prospettiva.

Quella, ad esempio, di chi ha già deciso che andrà all’università.

Per questi studenti, il voto finale conta solo se raggiunge il massimo. Solo il 100, o meglio ancora il 100 e lode, apre la porta a premi veri: sconti sulle tasse, borse di studio, e il bonus da 500 euro della Carta del Merito. Tutti gli altri voti? Diverse sfumature di irrilevanza.

I Voti intermedi

I voti intermedi, quelli che si collocano tra il “sufficiente” e l’“eccellente”, sembrano servire più agli adulti che vogliono ordinare, classificare, etichettare, che agli studenti stessi.

Ma agli occhi di chi affronta quell’esame, questo meccanismo appare sempre più per quello che è: un gioco che non li riguarda davvero. E allora, a volte, si rifiutano di giocare.

I punti all’esame di Stato

I punteggi del credito scolastico (ultimo trienno il massimo dei punti che ssi possono avere è di 40) e quelli delle due prove scritte sono noti prima del colloquio finale.

Basta fare due conti, e si ha già un’idea abbastanza chiara del risultato complessivo.

Se, ad esempio, dopo le prove scritte uno studente si ritrova con un punteggio fra 60 e 74, la matematica è impietosa: il 100 non si può più raggiungere, nemmeno con i 5 punti bonus che la commissione può – ma non deve – assegnare. In questi casi, l’orale diventa poco più che un rito, un passaggio obbligato senza peso reale sull’esito finale.

Alla luce di tutto questo, non è poi così sorprendente che qualcuno scelga di rinunciare a una manciata di punti per lanciare un messaggio. Lo abbiamo visto anche quest’anno: studenti che, con un silenzio più eloquente di mille parole, hanno voluto far notare l’inutilità – o almeno l’inadeguatezza – di un Esame che, così com’è, sembra servire più all’apparenza che alla sostanza.

Delusione e frustrazione dopo le prove  scritte

Moltissimi studenti, all’uscita dalle prove scritte dell’Esame di Stato, hanno espresso delusione e amarezza per l’esito ottenuto o per la difficoltà delle prove stesse. In tanti si sono lamentati perché, nonostante un percorso scolastico brillante e costante in tutti e cinque gli anni, è bastata una singola prova andata male per compromettere il risultato finale.

Il sentimento comune è quello di ingiustizia: dopo anni di impegno, sacrifici e ottimi voti, vedere tutto il proprio lavoro sminuito da una valutazione poco soddisfacente in un’unica prova crea inevitabilmente frustrazione.

Molti studenti ritengono che questo meccanismo penalizzi chi ha sempre dimostrato costanza e merito nel tempo, dando troppo peso a una singola prestazione, magari condizionata da ansia, difficoltà del tema o fattori esterni. È una riflessione che solleva interrogativi sull’efficacia dell’attuale sistema di valutazione dell’esame di maturità e che merita attenzione da parte del mondo della scuola.

La scuola dovrebbe insegnare a pensare 

Si dice spesso che la scuola debba insegnare il senso critico, che debba formare cittadini capaci di pensare con la propria testa, di mettere in discussione le idee, persino le proprie. Eppure, quando uno o più studenti provano davvero a esercitare questo spirito critico, a sollevare dubbi o a esprimere opinioni diverse, vengono subito etichettati come lazzaroni, bambini viziati o, ancora peggio, come elementi disturbanti del sistema.

Dov’è la coerenza? Dov’è finita quella libertà di pensiero e di espressione che la scuola dovrebbe promuovere e che la normativa stessa prevede e tutela?

Se agli studenti si chiede di essere attivi, consapevoli e partecipi, allora non li si può condannare nel momento in cui decidono di non accettare passivamente tutto ciò che viene loro imposto. Esprimere un dissenso motivato, chiedere spiegazioni, criticare con rispetto: tutto questo non è un segno di debolezza o di immaturità, ma al contrario è la prova che la scuola, almeno in parte, ha raggiunto uno dei suoi obiettivi più nobili.

La vera sfida per il mondo scolastico non è far tacere chi pensa, ma saper ascoltare e valorizzare chi ha il coraggio di farlo.


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