Disturbo o neurodivergenza? Comprendere i termini e i contesti d’uso

Nel dialogo contemporaneo su salute mentale, apprendimento e diversità neurologica, termini come “disturbo”, “neurodivergenza”  compaiono sempre più spesso. Comprendere cosa significano davvero, e soprattutto in quale contesto vengono usati, è fondamentale per evitare fraintendimenti e per promuovere una cultura più inclusiva.

“Disturbo”: un termine clinico e diagnostico

Il termine “disturbo” ha un significato ben definito nel campo della medicina e della psicologia. Indica una condizione che comporta difficoltà significative nel funzionamento cognitivo, emotivo o comportamentale, tali da interferire con la vita quotidiana della persona.

È il termine impiegato ufficialmente nei principali manuali diagnostici internazionali:

  • Il DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) dell’American Psychiatric Association;
  • L’ICD-11 (Classificazione Internazionale delle Malattie) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’uso del termine “disturbo” non ha lo scopo di etichettare in senso negativo, ma di fornire un quadro diagnostico chiaro, che consenta l’accesso a supporti clinici, educativi e legali.

Per esempio, i DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento)l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) e l’autismo sono considerati disturbi del neurosviluppo in ambito clinico.

I DSA e l’ADHD sono disturbi che interferiscono con specifiche abilità scolastiche (lettura, scrittura, calcolo), ma non compromettono l’intelligenza generale né lo sviluppo complessivo della persona. Sono condizioni permanenti, ma con un adeguato supporto (es. strumenti compensativi e misure dispensative) gli studenti con DSA possono avere pieno successo scolastico e lavorativo.

“Neurodivergenza”: un concetto culturale e sociale

A differenza del termine “disturbo”, il concetto di neurodivergenza nasce in un contesto culturale e politico. Coniato dalla sociologa Judy Singer negli anni ’90, il termine è parte del più ampio movimento per la neurodiversità, che considera condizioni come autismo, ADHD, dislessia e altri DSA come varianti naturali del cervello umano, non semplicemente deficit o patologie da correggere.

In questo senso, una persona neurodivergente non è “malata”, ma diversa dal punto di vista neurologico rispetto alla norma statistica o sociale.

La neurodivergenza, come sottolinea anche l’autrice Nick Walker (Neuroqueer Heresies, 2021), non nega le difficoltà reali, ma rifiuta l’idea che tutte le differenze neurologiche vadano automaticamente “corrette” o “normalizzate”.

Usare in modo consapevole i termini “disturbo”,  e “neurodivergenza” non è solo una questione di linguaggio corretto: è un atto di rispetto verso le persone a cui ci riferiamo:

  • Il linguaggio clinico è fondamentale per garantire diagnosi e supporti adeguati.
  • Il linguaggio culturale può aiutare a ridurre stigma e promuovere l’inclusione.

In definitiva, riconoscere che la diversità neurologica esiste – e che può essere al tempo stesso sfida e risorsa – è il primo passo per costruire una società più attenta, equa e rispettosa delle differenze.

 

I contenuti di questo articolo sono presentati in modo generale e semplice. Per approfondimenti o informazioni specifiche, è consigliabile consultare siti specializzati o rivolgersi a professionisti del settore.

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