Quando si parla di disturbi dell’apprendimento, è importante utilizzare la terminologia corretta. Il termine esatto è infatti “disturbo dell’apprendimento non specifico”, una definizione che troviamo già all’interno della Consensus Conference del 2007.
I criteri diagnostici: inclusione ed esclusione
Nel momento in cui si formula una diagnosi di Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA), è necessario seguire una procedura precisa.
Prima di tutto si verificano alcuni criteri di inclusione: se questi sono presenti, si passa alla valutazione dei criteri di esclusione.
Se i criteri di esclusione non vengono soddisfatti, significa che non siamo di fronte a un disturbo specifico dell’apprendimento.
In altre parole, le difficoltà del bambino non dipendono da un problema circoscritto e settoriale dell’apprendimento, ma da altre cause o condizioni più ampie.
Da cosa può derivare un disturbo dell’apprendimento non specifico
Il disturbo dell’apprendimento non specifico può avere origini diverse, come ad esempio:
- Disturbi sensoriali, legati alla vista o all’udito;
- Disturbi neurologici;
- Disturbi cognitivi, come nel caso di un ritardo cognitivo;
- Disturbi psicopatologici gravi, ad esempio una depressione profonda;
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Oppure un ambiente di apprendimento inadeguato.
In quest’ultimo caso, tuttavia, è più corretto parlare di difficoltà di apprendimento e non di disturbo, poiché l’origine del problema è ambientale e non neurobiologica.
I criteri di esclusione dei DSA
Per poter diagnosticare un vero Disturbo Specifico dell’Apprendimento, è dunque indispensabile escludere tutte le condizioni sopra elencate.
Solo in assenza di queste si può affermare che le difficoltà del bambino derivano da un disturbo specifico dell’apprendimento e non da altri fattori.