Diagnosi in aumento? Facciamo attenzione a come ne parliamo

Negli ultimi tempi si è tornati a discutere di un presunto boom di diagnosi legate ai disturbi del neurosviluppo. Una riflessione che, se non affrontata con cautela, rischia di alimentare fraintendimenti e pregiudizi dannosi.

Ci sono almeno cinque motivi per cui certe affermazioni preoccupano profondamente.

1. Il rischio di colpevolizzare i ragazzi
Dire che ci sono “troppe diagnosi” può suonare come un’accusa implicita verso chi ha ricevuto quel riconoscimento. È come dire: “Se hai difficoltà a scuola o nelle relazioni sociali, non è perché hai un disturbo, ma perché non ti impegni abbastanza o vieni da una famiglia problematica”. Un messaggio che può minare profondamente l’autostima di ragazze e ragazzi che già vivono una condizione di fragilità.

2. Lo stigma verso le famiglie
Quando un figlio riceve una diagnosi, molte famiglie si trovano già a fare i conti con un forte senso di responsabilità. Insinuare che siano loro la causa del problema non solo è ingiusto, ma ignora una verità che tanti genitori conoscono bene: spesso è proprio la fatica di crescere un bambino con un disturbo non ancora compreso a generare tensioni, non il contrario.

3. L’illusione di un passato “migliore”
Idealizzare i tempi in cui non si parlava di diagnosi è pericoloso. All’epoca, molti ragazzi con difficoltà venivano semplicemente etichettati come svogliati, maleducati o “problematici”. Non c’era alcuna reale inclusione: c’era esclusione, solitudine e, in molti casi, sofferenza silenziosa. È davvero quello il modello a cui vogliamo tornare?

4. Un freno agli interventi precoci
Le diagnosi tempestive permettono di intervenire prima che le difficoltà si trasformino in vere e proprie barriere. Mettere in discussione la legittimità delle diagnosi rischia di rallentare – o addirittura impedire – l’accesso a percorsi educativi e terapeutici che possono fare davvero la differenza.

5. Il discredito verso i professionisti
Suggerire che i clinici siano troppo “facili” nel diagnosticare è un attacco generalizzato a una categoria che, nella maggior parte dei casi, lavora con competenza e serietà. È chiaro che esistono anche casi di errore o superficialità – come in ogni professione – ma allora perché non si solleva mai il dubbio, ad esempio, su un’eventuale “inflazione” di diagnosi di miopia? Nessuno ha mai pensato che ci sia un complotto degli ottici dietro l’aumento di bambini con gli occhiali.

Se davvero si ritiene necessario rendere le procedure diagnostiche più rigorose, allora si investa nella ricerca scientifica. E se si pensa che le famiglie siano troppo sole nel percorso, si rafforzino i servizi di supporto. Ma smettiamola di lanciare accuse che creano solo confusione e sofferenza.

Perché nel corso degli anni ho incontrato tanti adolescenti che sono arrivati alla diagnosi solo dopo anni di difficoltà non comprese. Mi hanno raccontato di essere stati presi in giro, puniti, emarginati. “Alle medie pensavo di essere stupido/a – mi hanno detto – poi ho scoperto che avevo la dislessia… e ho capito che il problema non ero io”.

Quando ripenso a quegli sguardi pieni di dolore, una sola cosa mi viene da dire: usiamo più attenzione, più rispetto, più umanità. Perché dietro ogni diagnosi, c’è una persona che chiede di essere compresa.

Lascia un commento